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sabato, 28 ottobre 2006, ore 11:52

diga[...]E' nell'ottica di un grandioso programma stilato dalla SADE nel giugno 1940, che prende corpo il progetto Vajont.
La società, in quel periodo, dichiarava: "Negli ultimi anni il solo consumo di energia di Venezia e del porto industriale di Marghera ha sorpassato il mezzo miliardo di KWh, vale a dire oltre un terzo di tutta l'energia prodotta nella regione veneta considerata, con tendenza ad ulteriori rapidissimi incrementi, in conseguenza della richiesta delle industrie ivi installate.
Pertanto i circa 340 milioni di KWh producibili dagli impianti in oggetto troveranno immediato impiego servendo a coprire l'immancabile ulteriore fabbisogno che si verificherà nei prossimi anni"
Gli impianti previsti erano gli insediamenti dei seguenti serbatoi:

  • Vodo di Cadore - 700.000 mc

  • Pieve di Cadore - 500.000.000 mc

  • Vajont - 500.000.000 mc

Ma è soprattutto nel 1953, quando il Conte Vittorio Cini, nuovo presidente della SADE, in una sua visita restò affascinato dell'ambiente e dell'idea del progetto, che la speranza di vedere realizzata la diga più alta al mondo si concretizza in via ufficiale. Il "sogno della mia vita", per citare le parole del progettista l'ing. Carlo Semenza, covato ormai da qualche decennio, si stava trasformando, malauguratamente, in realtà.

La SADE non attese le autorizzazioni dovute: già dal settembre 1956 iniziò i lavori di scavo che crearono i primi problemi. Il Genio Civile di Belluno si fece sentire e le lamentele giunsero distinte al direttore generale della SADE, l'ing. Antonello. Così, in data 5 aprile 1957, l'Ufficio del Genio Civile di Belluno depositò il progetto esecutivo della diga presso la IV Sezione del Consiglio Superiore dei LL. PP. per ottenerne l'approvazione. Ma la Presidenza generale del Consiglio Superiore aveva accolto la proposta del Presidente della IV Sezione di far esaminare il progetto dall'Assemblea Generale: una procedura alquanto discutibile, ma il fatto che la diga andasse a completare uno dei più recenti e più grandi impianti idroelettrici italiani era più importante di qualsiasi prassi legale. L'esame del progetto fu affidato ad una Commissione incaricata di relazionare al Consiglio superiore. Il progetto venne esaminato anche dal Servizio dighe, in una relazione dettagliata che analizzava i suoi criteri generali, le caratteristiche morfologiche e geologiche della zona, la massima piena, la portata delle opere di scarico, il tempo di vuotatura, le opere di scarico e presa, le opere di derivazione provvisoria ed altro ancora, fino ai materiali da costruzione.


Il progetto doveva essere completato da una relazione geologica del prof. Dal Piaz, da una relazione del prof. Oberti previa prova su un modello della diga in corso all'Ismes di Bergamo e da una verifica del calcolo della struttura, affidato all'Istituto Nazionale per le applicazioni del calcolo. Lapidaria la conclusione: "........la grandiosa diga del Vajont trova sicure possibilità tecniche di realizzazione date le naturali caratteristiche della valle del Vajont, determinate dal concorso di eccezionali favorevoli caratteristiche morfologiche e geognostiche".
Il 6 luglio 1957 fu comunicato il voto favorevole per il "Grande Vajont", ed il 15 luglio la IV Sezione del Consiglio Superiore autorizzò l'inizio dei lavori in via provvisoria, giustificando l'atto con la motivazione che l'esecuzione dell'opera rendeva possibile l'assunzione di manodopera locale.

[...]

La frana che si staccò alle ore 22.39 dalle pendici settentrionali del monte Toc precipitando nel bacino artificiale sottostante aveva dimensioni gigantesche. Una massa compatta di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e detriti furono trasportati a valle in un attimo, accompagnati da un'enorme boato. Tutta la costa del Toc, larga quasi tre chilometri, costituita da boschi, campi coltivati ed abitazioni, affondò nel bacino sottostante, provocando una gran scossa di terremoto. Il lago sembrò sparire, e al suo posto comparve una enorme nuvola bianca, una massa d'acqua dinamica alta più di 100 metri, contenente massi dal peso di diverse tonnellate. Gli elettrodotti austriaci, in corto-circuito, prima di esser divelti dai tralicci illuminarono a giorno la valle e quindi lasciarono nella più completa oscurità i paesi vicini.

La forza d'urto della massa franata creò due ondate. La prima, a monte, fu spinta ad est verso il centro della vallata del Vajont che in quel punto si allarga. Questo consentì all'onda di abbassare il suo livello e di risparmiare, per pochi metri, l'abitato di Erto. Purtroppo spazzò via le frazioni più basse lungo le rive del lago, quali Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino.

La seconda ondata si riversò verso valle superando lo sbarramento artificiale, innalzandosi sopra di esso fino ad investire, ma senza grosse conseguenze, le case più basse del paese di Casso. Il collegamento viario eseguito sul coronamento della diga venne divelto, così come la palazzina di cemento, a due piani, della centrale di controllo ed il cantiere degli operai. L'ondata, forte di più di 50 milioni di metri cubi, scavalcò la diga precipitando a piombo nella vallata sottostante con una velocità impressionante. La stretta gola del Vajont la compresse ulteriormente, facendole acquisire maggior energia.

Allo sbocco della valle l'onda era alta 70 metri e produsse un vento sempre più intenso, che portava con se, in leggera sospensione, una nuvola nebulizzata di goccioline. Tra un crescendo di rumori e sensazioni che diventavano certezze terribili, le persone si resero conto di ciò che stava per accadere, ma non poterono più scappare. Il greto del Piave fu raschiato dall'onda che si abbatté con inaudita violenza su Longarone. Case, chiese, porticati, alberghi, osterie, monumenti, statue, piazze e strade furono sommerse dall'acqua, che le sradicò fino alle fondamenta. Della stazione ferroviaria non rimasero che lunghi tratti di binari piegati come fuscelli. Quando l'onda perse il suo slancio andandosi ad infrangere contro la montagna, iniziò un lento riflusso verso valle: una azione non meno distruttiva, che scavò in senso opposto alla direzione di spinta.

Altre frazioni del circondario furono distrutte, totalmente o parzialmente: Rivalta, Pirago, Faè e Villanova nel comune di Longarone, Codissago nel comune di Castellavazzo. A Pirago restò miracolosamente in piedi solo il campanile della chiesa; la villa Malcolm venne spazzata via con le sue segherie. Il Piave, diventato una enorme massa d'acqua silenziosa, tornò al suo flusso normale solo dopo una decina di ore.

Alle prime luci dell'alba l'incubo, che aveva ossessionato da parecchi anni la gente del posto, divenne realtà. Gli occhi dei sopravvissuti poterono contemplare quanto l'imprevedibilità della natura, unita alla piccolezza umana, seppe produrre. La perdita di quasi duemila vittime stabilì un nefasto primato nella storia italiana e mondiale........... si era consumata una tragedia tra le più grandi che l'umanità potrà mai ricordare.

SGsghiry
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categoria : memoria