Vignette e proteste: quanto è ipocrita l'Europa
di
Giuliano Ferrara
13/2/2006
Chi è un
ipocrita?
È uno che mente a se stesso, si accomoda la realtà per convenienza o pregiudizio.
Che cos'altro fa se non dell'ipocrisia l'Occidente europeo di fronte al fanatismo religioso islamista, alla predicazione violenta e provocatoria insediata nelle nostre città, alla logica di aggressione e di morte che
colpisce con il fuoco, l'assalto, il boicottaggio a ogni latitudine ambasciate, civili, prodotti del lavoro europeo?
Che
cosa fa l'Europa se non mentire a se stessa quando un ragazzino prigioniero del suo delirio e di quello della sua comunità ammazza a
rivoltellate nella schiena, in chiesa, un sacerdote missionario cattolico? Le menzogne ipocrite sfavillano sotto il nostro cielo ideologico come fiaccole d'illusione. Il catalogo è impressionante.
Non è vero niente di quel che vediamo e sappiamo, ci diciamo per rassicurarci,
la rivolta armata delle vignette è un complotto di oligarchie e di minoranze estremiste. Fa niente che l'ampiezza dell'aggressione islamista ai simboli dell'Occidente cristiano e giudaico risulti incontrovertibile a ogni latitudine: dobbiamo pensare, siamo obbligati a pensare, con un riflesso condizionato, a una regia occulta, a un complotto isterico, e le vignette non sono che un pretesto,
un alibi e uno schermo dietro cui scompare la realtà profonda, radicata, inequivocabile di un grande Islam moderato, laico, capace di convivere in pace con l'Occidente.
Siamo noi che provochiamo, che siamo razzisti, che nutriamo nel nostro animo un folle revival identitario e crociato, siamo noi gli oscurantisti.
Monsignor Luigi
Padovese, il superiore del missionario ucciso a Trebisonda, spiega che quel martirio è frutto della follia religiosa e del clima di intolleranza anticristiana che si vive in Turchia, ma che nel mondo islamico siano per lo più banditi o aggrediti l'infedele e il suo culto, che non esista alcuna reciprocità tra la nostra disponibilità al dialogo,
i nostri finanziamenti alle moschee, e la loro profonda inimicizia teologica e antropologica, questa è un'altra semplice verità da nascondere sotto il velo dell'ipocrisia.
Anche la minaccia di
cancellare Israele dalla carta geografica è un pretesto politico di un presidente iraniano falco in difficoltà, ci diciamo, e non bisogna sopravvalutare la cosa, non si deve alimentare quel fuoco, bisogna sorvolare.
Anche sulla questione del nucleare iraniano bisogna andarci piano, aggiungiamo, se non vogliamo eccitare l'orgoglio nazionale di quel paese, che in fondo ha diritto di procurarsi l'atomica.
Se Hamas vince le elezioni in Palestina vuol dire, ci diciamo senza ridere di noi stessi, che tirerà fuori la sua anima laica e assistenziale, darà presto l'addio al terrorismo suicida e assassino contro i civili, cancellerà dalla sua carta l'obiettivo di d
istruggere Israele come fece l'Olp all'epoca del negoziato di Oslo, reciderà i suoi legami con l'esercito degli hezbollah, con il regime baathista siriano, con la repubblica islamica iraniana dei mullah.
I palestinesi non sono responsabili della classe dirigente che si scelgono, questo è per noi comunque un dogma, e non meritano di subire le conseguenze dei loro stessi atti: perché sono disperati, perché sono poveri, perché
i generosi aiuti dell'Unione Europea se li sono mangiati per anni i loro ras locali, perché subiscono l'occupazione militare, e se l'occupazione si ritira unilateralmente dietro una barriera difensiva a
protezione dei confini di un paese accerchiato e minacciato da mezzo secolo, non basta, perché non è negoziata la ritirata strategica, la responsabilità è comunque degli americani che sono fissati con le elezioni democratiche, di Abu Mazen perché la sua è una cricca di moderati e di laici corrotti.
Per noi ipocriti le nostre vittime sono il nostro imbarazzo. Per Fabrizio
Quattrocchi, vittima laica, ci fu irrisione e odio, poi mesta accoglienza riservata, infine arriverà una medaglia d'oro, si spera, proposta dal ministro dell'Interno. Alla fine don Andrea Santoro, di cui almeno il cardinale
Camillo Ruini ha detto che la sua Chiesa è orgogliosa, lo seppelliranno dopo una solenne cerimonia in Laterano, e si spera che la Chiesa cattolica trovi le parole giuste per spiegarsi, visto che non basta ripeterci (a rischio di ulteriore ipocrisia), quanto grande e generoso fosse il cuore del prete ucciso, quanto dedicato il suo impegno per il dialogo tra le fedi.
Questo lo sappiamo, quel che vogliamo sapere è che cosa si debba fare e pensare per fermare l'avanzata del fanatismo fondamentalista, di che cosa, di quali idee, di quale senso di noi stessi ci si debba armare per respingere la torva negazione in marcia di ciò che siamo, di quello in cui seppure stanchi, seppure a stento, in fondo crediamo.
Teocon, gli islamici siete voi
di
Vito Mancuso
21/2/2006
Giuliano
Ferrara nell'ultimo Panorama ha posto alla Chiesa la seguente richiesta: «Vogliamo sapere che cosa si debba fare e pensare per fermare l'avanzata del fanatismo fondamentalista».
È in grado la Chiesa di rispondere? Essa si trova
in grande imbarazzo perché l'Islam, dal punto di vista teologico, rappresenta un enigma.
Nessun'altra religione è antitetica al Cristianesimo come l'Islam.
Il centro del Cristianesimo (incarnazione di Dio, morte di croce, Trinità) è qualcosa di blasfemo per il Corano.
A sua volta il Corano rappresenta per il Cristianesimo qualcosa di ben poco attraente, visto che il Nuovo Testamento scrive che «l'Anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio», e il Corano fa proprio questo. Non a caso
le migliori menti della teologia cristiana lungo i secoli, a cominciare da Tommaso d'Aquino, hanno dato giudizi pesantissimi sull'Islam.
Per chi si pone dal punto di vista cristiano il Corano rappresenta un passo indietro di secoli per la coscienza religiosa dell'umanità. Alle prese col mistero della vita, all'inizio gli uomini hanno posto dei e mitologie.
La grande novità dell'Ebraismo è l'idea di alleanza: Dio lega se stesso a qualcosa di oggettivo, cessa il suo arbitrio assoluto, la sua volontà si definisce, si sa cosa vuole e cosa non vuole.
Il Cristianesimo è un ulteriore passo in avanti con cui si giunge alla definizione dell'essenza divina: Dio è amore, amore dal volto umano, «Deus caritas est». L'uomo si percepisce come figlio e sente Dio come padre.
Rispetto a questo progredire verso una luminosità sempre più intensa,
l'Islam è un brusco ritorno all'indietro. Esso nega che il mistero divino si possa alleare con gli uomini mediante qualcosa di oggettivo, tanto meno che possa identificarsi con loro. Per l'Islam la distanza tra Dio e gli uomini è totale, e all'uomo non resta altro che sottomettersi alla volontà divina assoluta e del tutto arbitraria.
A tale
distanza sull'idea di Dio si aggiunge lo sconvolgimento che l'Islam rappresenta per la teologia cristiana della storia. Infatti, se Dio vuole l'evangelizzazione del mondo, come valutare quel fenomeno che strappa al Cristianesimo interi territori già evangelizzati? Si pensi alla Turchia, patria di San Paolo, o all'Algeria, patria di Sant'Agostino.
Ma qui sorge un'obiezione decisiva: se la storia è governata da Dio,
come pensare che Dio abbandoni miliardi di suoi figli nelle braccia di una religione che non viene da Lui? Non è possibile pensare una cosa del genere, quindi occorre vedere nei musulmani non nemici ma figli di Dio, e pensare che esiste per loro un preciso progetto salvifico.
Per queste ragioni contrapposte l'Islam, a differenza di tutte le altre religioni, è per il Cristianesimo un enigma, destinato a rimanere tale almeno fino a quando non nascerà una nuova teologia della storia.
E per questo alla richiesta di Ferrara la Chiesa stenterà a rispondere.
Ma il carattere enigmatico dell'Islam dal punto di vista teologico diventa chiarezza cristallina dal punto di vista politico, dove non vi sono dubbi che l'Islam rappresenta un salto indietro di secoli, un ritorno a quei periodi, da noi per fortuna superati, in cui si riteneva che il potere derivasse da Dio. Il nazismo e il comunismo sono stati sconfitti dalla laicità delle democrazie occidentali. Con l'Islam va usata la stessa arma: la laicità.
In politica meno si parla di Dio meglio è. La Chiesa deve diffidare di chi usa il Vangelo come strumento politico. I teocon, che usano il Cristianesimo come collante politico per contrapporsi all'Islam, devono sapere che fanno il suo gioco. Sono la quinta inconsapevole colonna dei Fratelli musulmani.
Volendo rifondare l'identità dell'Occidente sulla religione, offrono all'Islam il terreno su cui esso si muove a suo agio. L'esito sicuro della politica teocon sarebbe l'islamizzazione del Cristianesimo, con la trasformazione dei nostri vescovi in ayatollah.
All'Islam l'Occidente può rispondere vittoriosamente solo se è unito nella difesa della democrazia laica. Su questo terreno la Chiesa è chiamata a giocare un ruolo decisivo. La Chiesa deve chiarire a se stessa se preferisce il mondo laico della libertà o il mondo sacro della religione, se intende guardare con favore al processo di emancipazione del mondo come ha fatto nel
Vaticano II, o se invece vuole porre di nuovo la religione al centro della vita politica.
Non c'è dubbio che
la risposta dell'autentico Cristianesimo deve essere la prima, perché la Chiesa è funzionale al mondo, è stata fondata per il bene e la vita del mondo. Se la Chiesa seguirà le sirene teocon, cedendo alla tentazione del governo del mondo, entrerà nella stessa logica che guida l'Islam. E su questo terreno l'Islam non teme rivali.
Gesù morì ucciso dal potere, Maometto in serena vecchiaia, dopo aver conquistato il potere e passato a fil di spada i nemici.